Business Etiquette, il bon ton aziendale


Bon ton aziendale… mi scusi. Perdonatemi l’esordio dal sapore vagamente fantozziano, che fa il verso ad una concezione delle cosiddette public relations infarcita di formalismi altisonanti… mio intendimento è semplicemente sdrammatizzare l’imperante vociare che si fa ultimamente, intorno al galateo e alle buone maniere applicati al contesto lavorativo (Business Etiquette).

Sedicenti personaggi, si fregiano d’improbabili titoli o qualifiche (o “frequentazioni”), che li eleggerebbero a depositari dell’arte del “ben comportarsi”. Nostalgia di nobili fasti? Dovuto tributo alla compianta etichetta? A proposito di etichetta, un aneddoto curioso: a corte venivano consegnati a dame e cavalieri dei biglietti (“etiquette” in francese) recanti dettagliate istruzioni e regolamenti  da osservare per non sfigurare nel “bel mondo”. Dunque, ai posteri il dovere (?) di cimentarsi in ardite emulazioni pseudoletterarie dei sempreverdi codici di bon ton del passato. La moda in questione non si ferma all’editoria… pullulano i corsi di galateo aziendale (chi ne misura l’attendibilità e, soprattutto, con quali criteri?). Le “materie” trattate? Tecniche di Public Speaking; Customer Service; Intratel(comunicazione telefonica); Immagine sul posto di lavoro; Tecniche di dizione;Rispetto delle gerarchie aziendali e via dicendo.

A proposito di rispetto delle gerarchie, dubbio amletico di ogni neofita è inerente l’uso appropriato del “tu” o del “lei” nei rapporti di lavoro. Ancora una volta viene utile il buon senso e l’educazione, piuttosto che il ricorso a dispendiosi seminari. La decisione di dare del tu spetta alla persona di maggior rispetto e autorevolezza; è buona norma (e tutela da spiacevoli inconvenienti) non dare avventatamente del tu a chi è superiore per età o posizione sociale. Ma occorre fare attenzione anche all’errore inverso: insistere nel dare del Lei a qualcuno che sollecita all’uso del tu… un simile atteggiamento rischia di suonare come un offensivo voler mantenere le distanze. E’ consigliabile non vivere il fantomatico “Lei” come una servile subordinazione ai piedi dei “Grandi” (tutti sappiamo che la vera autorevolezza e il vero carisma derivano da ben altro…), ma interpretarlo quale sinonimo di rispetto per l’identità altrui, nel senso più amplio del termine. Personalmente, trovo che battere pacche sulla spalla a chiunque, sia una manifestazione di prepotenza ben più fastidiosa e irriguardevole.

La conoscenza reciproca vale da presupposto per ogni rapporto; a maggior ragione se si deve trattare con clienti o dirigenti di paesi stranieri (Comparative Business Etiquette). Anche il modo di sedersi può essere determinante: pensate che in Tainlandia mostrare la suola della scarpa equivale ad un un’offesa pesante; in Giappone, invece, non è bene soffiarsi il naso in pubblico.

Appena messo piede in un’azienda è indispensabile intuire il codice non scritto dei comportamenti richiesti e interiorizzarlo quanto prima: la formalità dei saluti e dell’abbigliamento, le regole a tutela della privacy, etc.


Ma vediamo alcuni accorgimenti sempre validi che la buona educazione insegna:

  • Quando si presentano due persone l’una all’altra è bene rivolgersi sempre per prima alla persona che occupa una posizione gerarchica superiore
  • Porgere la mano a qualsiasi persona s’incontra la prima volta
  • Alzarsi per salutare qualsiasi persona “esterna” che entra nel proprio ufficio ed invitarla ad accomodarsi
  • Bussare sempre prima di entrare in un ufficio; prima di apprestarsi a parlare è opportuno chiedere se si disturba
  • Durante una conversazione con il proprio superiore aspettare sempre di essere congedati
  • Evitare i pettegolezzi, l’arroganza e le minacce
  • Evitare l’uso di espressioni volgari

Per concludere, vi lancio una provocazione. Leggete questo brano tratto dal libro Il Maschio Selvatico di C. Risé:
Parsifal è, come si sa, rozzissimo: la madre, proprio per tenerlo lontano dalla cavalleria e dalle sue corti, non gli ha dato nessuna istruzione, nessuna educazione. Inoltre gli cuce addosso un sacco da folle, sperando che Artù lo rimandi al più presto a casa. L’unico cavallo che il ragazzo può prendere, poi, è un orribile ronzino. Tutto ciò non gli impedisce di compiere, appena arrivato alla corte di Artù, accolto dallo scherno dell’elegante cavalleria, la sua prima impresa: vince subito il temibile Cavaliere Rosso che aveva sfidato lo stesso Re e rovesciato un calice di vino nella scollatura di Ginevra, ma che nessuno di quei cavalieri perfettamente educati e addestrati aveva osato affrontare. Vedendo l’impresa di Parsifal, una bellissima fanciulla, che si trovava da anni alla corte di Artù senza mai ridere (lo avrebbe fatto solo quando avesse visto un perfetto cavaliere), scoppia in una risata argentina. La testimonianza della vergine (rappresentazione del lato essenziale e delicato dell’anima umana) , provava che quel ragazzo rozzo e selvatico era il vero, perfetto cavaliere“.

Il sondaggio di Viking

Viking ha svolto un sondaggio tra il suo staff internazionale per scoprire le unicità che contraddistinguono ogni nazione al lavoro e per evitare di fare passi falsi quando ci troviamo all’estero, raccogliendo poi i risultati in un’infografica (vedi sotto).

Quel che ne è uscito è stato davvero interessante: lo riassumeremmo col fatto che tutti i paesi hanno le loro particolarità e convenzioni ed è probabilmente proprio questa varietà che rende il mondo un bellissimo luogo in cui vivere.

Office Etiquette Italian_Stg3

Fonte: http://coffeebreak.viking.it/galateo-ufficio-estero/

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